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 Illusioni e psicoterapia 
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Iscritto il: ven set 02, 2005 12:29 pm
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Messaggio Illusioni e psicoterapia
Credo di aver mostrato nelle pagine precedenti che molti orientamenti psicoterapeutici, anche se per certi aspetti si basano su presupposti diversi e reciprocamente incompatibili, hanno dato contributi validi e preziosi. Purtroppo le contrapposizioni fra tali orientamenti derivano soprattutto da modi riduttivi di considerare le varie forme di disagio psicologico. Vorrei riassumere in questo capitoletto alcune "illusioni" che caratterizzano la storia della psicoterapia.



a) L'illusione secondo cui in psicoterapia è possibile aiutare i clienti saltando la condivisione di intense emozioni e quella (opposta) secondo cui è utile favorire l'espressione emozionale senza però distinguere fra emozioni razionali (o adulte) ed emozioni irrazionali (o difensive).

Queste due illusioni che costituiscono due facce della stessa medaglia presuppongono un'infondata opposizione fra razionalità ed emotività. Spesso anche le persone che non si occupano di psicoterapia accettano questa opposizione. Di fatto, però, le persone non possono sentire nulla senza avere qualche tipo di comprensione della loro situazione e non possono capire alcun problema riguardante la dimensione personale senza sentire qualcosa. Il percorso analitico non può quindi escludere né la comprensione razionale dei comportamenti e delle emozioni, né l'esplorazione della dimensione emozionale.

Si sono registrati alcuni significativi avvicinamenti fra cognitivismo e psicoanalisi, così come fra psicoterapia corporea, Analisi Transazionale, terapia gestaltica e psicoterapia umanistica. Tuttavia una barriera separa ancora le scuole di derivazione psicoanalitica e cognitivista (attente soprattutto ai contenuti psicologici che si possono verbalizzare) da quelle post-reichiane e umanistico-esistenziali (attente soprattutto alle sensazioni corporee, alle emozioni ed ai modi di sentire la vita). Le prime rinunciano senza valide ragioni al lavoro su intensi vissuti emozionali; le altre trattano invece superficialmente sia i processi che portano ai disturbi psicologici, sia i passaggi che rendono possibile il superamento di tali disturbi.



Sul piano teorico va fatta un'affermazione di carattere generale: tutti i disturbi psicologici sono di tipo emozionale e sono irrazionali. Le emozioni basilari (cioè quelle che non sono deformate o limitate da operazioni di tipo difensivo) sono razionali. E' razionale gioire per un bell'incontro o per il compimento di una attività, è razionale essere tristi e piangere per una perdita, è razionale aver paura di fronte ad un pericolo e reagire con rabbia ad un'aggressione. La persona che ha disturbi psicologici limita o distorce le sue possibilità di gioire, non accetta il dolore, è rabbiosa senza ragioni (in modo esplicito o in modi passivi) ed ha paura di situazioni non pericolose.

I disturbi psicologici ovviamente non derivano mai da esperienze "troppo gioiose" non accettate, ma invariabilmente da modi di reagire ad esperienze che nell'infanzia erano troppo dolorose. Chi tollera il dolore psicologico senza condizioni e senza limitazioni pregiudiziali non ha alcun motivo per agire distruttivamente o per trascurare ciò che sente o per non capire ciò che intellettualmente può capire. Dico sempre ai miei clienti che a me non interessa che "stiano meglio", ma che possano stare bene con loro stessi, sia in vacanza, sia in un campo di concentramento. Questo dipende solo dalla loro capacità di valutare il dolore psicologico inevitabile come un'esperienza tollerabile.

L'analisi dei disturbi psicologici comporta quindi inevitabilmente la fatica di rintracciare il dolore da cui le persone hanno iniziato nell'infanzia a proteggersi e di riclassificarlo come tollerabile; comporta però anche la fatica di capire le complicate distorsioni nel pensare, nel sentire e nell'agire grazie alle quali le persone sono riuscite a "scollegarsi" da emozioni troppo dolorose.



b) L'illusione secondo cui il lavoro sui disturbi psicologici va inteso come la cura di una malattia e secondo cui, quindi, la psicoterapia può ignorare il tema delle scelte che caratterizzano il modo di affrontare il dolore nell'esistenza personale.

Il termine stesso psicoterapia esprime questa illusione e veicola l'idea secondo cui le persone si ammalano "psichicamente" a causa di certi fattori e possono "guarire" a causa di certi interventi psicoterapeutici. Questa prospettiva impedisce a chi fa psicoterapia di concepire i disturbi psicologici come modi di agire delle persone. Impedisce anche di pensare che le persone non possono davvero cambiare senza capire cosa fanno (e per quale ragione) e senza scoprire che possono scegliere un altro modo di vivere. L'idea che la consapevolezza della responsabilità personale nella "costruzione" dei disturbi psicologici costituisce l'essenza del percorso analitico accomuna analisti e psicoterapeuti appartenenti a varie scuole, ma non è certo un'idea accettata da tutti. In genere prevale la logica causale (tipica della medicina) secondo cui i disturbi psicologici hanno delle cause e possono quindi, se ben diagnosticati, essere guariti con una cura appropriata.

L'idea che la psicoterapia costituisca una cura per le "malattie psichiche" è praticamente sovrapponibile all'idea che la psicoterapia aiuti le persone con problemi psicologici a diventare "normali". Il punto debole di questa visione delle cose sta nel fatto che normalmente le persone vivono al di sotto delle loro possibilità psicologiche. Normalmente le persone sperimentano emozioni irrazionali, fanno azioni e scelte irrazionali, sono distruttive, evitano l'intimità o la cercano in modi insoddisfacenti.



La psicoterapia ha spesso dato dei risultati accettabili e a volte buoni, ma non ha mai compreso adeguatamente l'esperienza umana libera da deformazioni difensive ed ha sempre contrapposto la "patologia" alla normalità (comunque difensiva) in cui generalmente gli stessi psicoterapeuti si riconoscevano. In fondo gli approcci psicoterapeutici intellettualistici, quelli confusamente liberatori e quelli "protettivi" rispecchiano modalità normali di gestione (difensiva) delle relazioni interpersonali in cui il dolore non è visto come una componente essenziale dell'esistenza che è opportuno affrontare senza difese. Tali approcci non affermano che la sofferenza determinata dai disturbi psicologici sia superabile proprio accettando il dolore inevitabile, ma tentano ottimisticamente di "lenirlo" o "guarirlo". Tale prospettiva è sia consolatoria, sia rinunciataria: è protesa verso un "benessere" impossibile e rinuncia alla ricerca della felicità (che è possibile solo quando si accetta il dolore senza timori irrazionali).

Giustamente Habib Davanloo (2001,p.30) afferma che in psicoterapia si devono rispettare in modo incondizionato le persone, ma non si devono "rispettare" nello stesso modo i loro disturbi. Le sofferenze che i clienti esibiscono e da cui vogliono essere "guariti" con la psicoterapia, sono la conseguenza del loro rifiuto di confrontarsi con la sofferenza umana autentica e inevitabile. Tale rifiuto, comprensibile nell'infanzia, non è ragionevole nella vita adulta. Le persone si autoinfliggono sofferenze superficiali, anche se molto intense, per non arrendersi al dolore che già appartiene alla loro storia personale e che va elaborato anziché temuto ed evitato come nell'infanzia. Tali pseudo-sofferenze si dissolvono appena le persone sperimentano il dolore e scoprono di poterlo tollerare come uno degli aspetti costitutivi dell'esistenza umana.



c) L'illusione secondo cui la psicoterapia può risolversi in un'esperienza umana di ascolto o di accettazione, essenzialmente "riparativa", e l'illusione (opposta). secondo cui la psicoterapia si riduce all'applicazione di procedure prefissate.

Gli approcci che si basano su queste due illusioni (riconducibile all'idea che il dolore sia un temporaneo e risolvibile "guasto" nell'esistenza umana), sono più gratificanti per gli psicoterapeuti che utili per i clienti; possono favorire con poco sforzo miglioramenti o cambiamenti lievi, ma anche superficiali e poco duraturi.

Riducendo la psicoterapia alla dimensione dell'ascolto empatico si salta l'analisi delle convinzioni irrazionali che "sostengono" certi atteggiamenti o disturbi e si trascura l'elaborazione dei vissuti dolorosi, nell'illusione che un'esperienza umanamente calda con uno psicoterapeuta possa bilanciare un senso di vuoto, di non accettazione, di non riconoscimento, che ha caratterizzato il rapporto con le figure genitoriali nell'infanzia. In tal modo si ignora che le esperienze traumatiche o comunque dolorose dell'infanzia non possono essere compensate da esperienze positive della vita adulta, ma possono solo essere "rivisitate", accettate e integrate. Tali approcci psicoterapeutici producono inevitabilmente risultati insoddisfacenti e, di fatto, favoriscono reazioni radicali come quelle della psicoterapia evidence based.



Riducendo la psicoterapia a procedure prefissate si fa l'errore opposto. Quello che consente all'analista di adattarsi creativamente alle infinite situazioni in cui clienti diversissimi agiscono in modi diversissimi ed imprevedibili, non è una teoria eziologica associata ad un insieme di tecniche, ma un filo conduttore per il lavoro analitico. Il filo conduttore è costituito dalla ricerca del dolore evitato dal cliente. Anche quando un cliente sta malissimo, quando vuole fare più sedute, quando vuole smettere, quando si lamenta dell'analisi o si arrabbia con l'analista, sta evitando un dolore. Se l'analista cerca di farlo star bene finisce per perdersi e per non dare l'aiuto possibile. Per capire cosa fare deve capire cosa il cliente sta già facendo e sapere che il cliente fa sempre qualcosa per evitare il suo dolore. Aggrappandosi a questo filo conduttore, l'analista trova prima o poi un segmento di teoria (di qualsiasi teoria) adatto per capire i dettagli del processo in corso e uno strumento tecnico (uno dei tanti già previsti o costruito sul momento) adatto per intervenire utilmente.

Nell’ambito psicoterapeutico si sta affermando una tendenza secondo cui la psicoterapia dovrebbe ridursi ad un'insieme di procedure standardizzate efficaci per il "trattamento" di specifici disturbi. Tale tendenza della psicoterapia, che si oppone (anche comprensibilmente) a molte cervellotiche e confuse teorizzazioni, si limita a trattare solo la superficie dei problemi personali, isolando particolari sintomi dalla personalità del cliente. Ovviamente tale orientamento volto a promuovere psicoterapie evidence based, definite a volte empirically supported treatments (EST), guadagna in precisione ciò che perde in profondità.

Le ricerche in psicoterapia che mirano a individuare l'efficacia "terapeutica" dei vari interventi previsti dalle varie scuole per pazienti che presentano disturbi simili, mi risultano abbastanza incomprensibili, così come le ricerche che cercano di stabilire se i miglioramenti dei clienti siano dovuti ai fattori "specifici" (cioè agli interventi che secondo le varie teorie dovrebbero produrre cambiamenti di un certo tipo) o "aspecifici" (il calore umano, l'accoglienza, l'empatia, ecc. dello psicoterapeuta). Personalmente non ho mai riscontrato nei miei clienti dei cambiamenti profondi dovuti alla semplice frequentazione della mia persona. I cambiamenti profondi che ho riscontrato sono sempre stati l'esito di una comprensione accurata di certe modalità difensive e di una accettazione di vissuti emotivi che tali modalità difensive bloccavano.



Nei cambiamenti significativi (cioè non nel "sentirsi meglio", che potrebbe anche dipendere dalla primavera) i clienti sanno di aver modificato alcune loro convinzioni e di aver affrontato particolari esperienze emotive dolorose, col risultato di non temerle più; sanno con sicurezza che il lavoro fatto li ha aiutati a pensarsi, a sentirsi e ad agire in modi diversi e per scopi diversi.

Considero "cambiamenti significativi" proprio quelli coscienti e risultanti da una ridecisione profonda. Se i clienti stanno meglio, ma non sanno perché, io non mi chiedo "a causa di quale fattore specifico o aspecifico stanno meglio?", ma cerco di capire cosa stanno tuttora evitando di affrontare proprio costruendosi un "benessere" superficiale. Quando invece fanno dei cambiamenti profondi non ho alcuna necessità di chiedermi cosa abbia "determinato" tali cambiamenti, perché sia io che il cliente sappiamo che le chiarificazioni e le esperienze emotive hanno reso possibile la decisione di affrontare la vita in un altro modo.

Ovviamente il rispetto, l'attenzione, il calore umano, la coerenza, la costanza e la flessibilità dell'analista aiutano il cliente a lavorare nelle sedute e quindi a cambiare, ma non sono da considerare in senso stretto dei fattori di cambiamento. Anche le tecniche psicoterapeutiche sono strumenti indispensabili, ma non tali da definire un percorso analitico.



Il percorso analitico è un percorso in cui l'analista e il cliente procedono assieme. Le osservazioni dell'analista non calano sul cliente dall'alto di una conoscenza a lui inaccessibile, ma sono congetture che l'analista propone alla sua attenzione. L'analista ha il compito di capire le strategie del cliente, ma ritiene di aver capito solo quando vede che il cliente conferma le congetture prese in considerazione. Se il cliente non si sente "toccato" dagli interventi dell'analista, questi deve valutare se tali interventi sono errati o prematuri. Il percorso analitico non va quindi inteso come un insieme di operazioni fatte dall'analista sul cliente, ma come un'esperienza consapevole, trasparente, di approfondimento emozionale, di chiarificazione cognitiva e di cambiamento fatta dal cliente e resa possibile dalle congetture, dalle domande, dalle proposte di lavoro dell'analista.



Una cosa strana che salta agli occhi quando si considera la storia della psicoterapia è il fatto che molte idee assolutamente controintuitive, poco aderenti alla realtà interiore delle persone, contestate dai filosofi della scienza e spesso bizzarre siano state formulate e forzatamente "dimostrate", oppure siano state contestate a partire da idee opposte altrettanto arbitrarie. Un'altra cosa strana è il fatto che da un insieme di teorie psicoterapeutiche discordanti su tutto siano emerse delle idee preziose e illuminanti che hanno reso possibile lavorare con risultati accettabili e a volte anche molto buoni sui disturbi psicologici.

Le scuole di psicoterapia si definiscono sulla base di particolari metodi di lavoro giustificati da teorie particolari. Come ho cercato di chiarire in questo breve saggio, molte teorie affermano dei principi validi e molti metodi di lavoro sono utili. Il lavoro analitico però funziona nella misura in cui procede secondo un filo conduttore adatto a rendere utilizzabili tutti gli elementi che i clienti portano in ogni seduta e quindi adatto al raggiungimento di un preciso obiettivo.

Caratterizzandosi per il suo filo conduttore e per il suo obiettivo, l'approccio analitico che ho delineato, risulta compatibile con varie teorie ed è applicabile utilizzando più tecniche. Soprattutto non è un "sistema", ma un modo di lavorare sempre aperto ad ulteriori sviluppi.



Il filo conduttore del lavoro analitico è la ricerca del dolore evitato difensivamente. L'analisi delle difese favorisce il contatto con il dolore e tale esperienza rende le difese superflue.

Proprio questo lavoro "in negativo", volto cioè a "interrompere le varie interruzioni del contatto emotivo", aiuta le persone a conoscere, accettare ed anche a valorizzare le loro esperienze dolorose; in tal modo aiuta le persone ad amarsi di più, a darsi più importanza, a godere più intensamente la gioia, a sperimentare la felicità di esistere, sia nei momenti belli, sia in quelli brutti. Il raggiungimento di tale obiettivo è importante non solo perché favorisce il benessere personale, ma perché restituisce al cliente la libertà di pensare in modo razionale, di sentire in accordo con la realtà esterna e di agire in modo costruttivo, riconoscendo il valore della sua esistenza e di quella dei suoi simili.



dal sito : http://www.risorse-psicoterapia.org/ill ... erapia.htm


gio mar 23, 2006 1:03 pm
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