IL CASO BONIFACIO


Che dire del "siero Bonifacio"? Una scoperta che era riuscita, a differenza di altre, ad arrivare ad essere conosciuta dalla grande massa. L'intera vicenda, assai complicata e contorta, rappresenta un emblematico esempio di criminalità scientifica, amministrativa e politica. Ve la presentiamo con il testo originale che costituisce la prefazione del libro di Philippe Lagarde (Ciò che vi si nasconde sul cancro - Ipsa Editore).

DAL SIERO BONIFACIO ALL'IMMUNOMODULANTE BIOLOGICO

Oggi la parola cancro incute terrore: si ha paura perfino di pronunciarla, si cercano eufemismi come malattia incurabile, malattia del secolo, male oscuro e così via: ma questa stessa parola, per pochi, solo per pochi, vuol dire potere, denaro.
Negli ultimi 50 anni sono stati spesi migliaia di miliardi per la ricerca sul cancro, gestiti dai vari centri tumore e dalle associazioni che nascono come funghi e gravitano attorno a questi stessi centri.
I risultati fino ad oggi sono fallimentari, infatti, nonostante qualche battaglia vinta, non si è in grado di curare il cancro. La sfiducia nella medicina ufficiale spinge sempre più i portatori di cancro a rivolgersi altrove, ovvero verso le cosiddette terapie diverse, che quantomeno non hanno gli stessi poteri devastanti delle chemio e radioterapie.
La medicina ufficiale, di contro, si consente il lusso di ignorare queste terapie e nei casi in cui le stesse riescono a superare i limiti della ghettizzazione in cui sono state relegate, la cittadella medica, anche a cannonate, tenta di distruggere, senza nemmeno provare a capire quanto di valido in esse è contenuto.
"Distruggere senza pietà tutto ciò che può interferire, anche minimamente, in quell'enorme e faraonica holding che è il pianeta cancro" è la loro parola d'ordine.
Emblematico per noi italiani è il dramma del cosiddetto siero Bonifacio, che si dibatte insoluto da 34 anni, tra alterne vicende, lunghi silenzi, giustificate speranze, concrete certezze.
Liborio Bonifacio, veterinario in un paesino della provincia di Salerno, Agropoli, negli anni '50, durante l'espletamento della sua professione, ora nelle campagne del Cilento, ora nei macelli dell'agro agropolense, fu stupito nell'osservare di non aver mai riscontrato forme neoplastiche nei caprini che quotidianamente venivano macellati, a differenza di quanto accadeva nelle altre specie animali, quali suini, ovini, bovini, ed altri. "Che questa specie sia refrattaria ai tumori? E se è così, perché non cercare di trasferire questa loro tipica immunità o immunoresistenza nell'uomo?" (La mia cura contro il cancro di L. Bonifacio - Savelli Editori).
Ma il problema, per Bonifacio, era da dove estrarre quella sostanza in grado di trasferire l'immunità della capra all'uomo. Indubbiamente doveva essere cercata a livello di un sistema o apparato che coinvolgesse tutto l'organismo dell'animale, non sapendo egli stesso quale fosse la causa di quella immunità naturale o acquisita.
Dopo giorni, mesi, di prove e riprove su cavie ed altri animali da esperimento (Bonifacio si era creato un vero e proprio laboratorio), decise di estrarlo dalle feci, all'interno dell'intestino dell'animale macellato. Questa fu l'intuizione e così nacque quello che poi venne definito impropriamente siero Bonifacio. "Si estraggono, all'interno della capra macellata, le feci e si mescolano con urina, prelevata dalla vescica dello stesso animale, aggiungendo circa 1/3 di acqua bidistillata. Si lascia macerare il tutto per circa 48 ore. Si filtra..." (La mia cura contro il cancro di L. Bonifacio - Savelli Editori).
La voce degli esperimenti di Bonifacio cominciò presto a spargersi ad Agropoli, destando la curiosità di qualche medico del luogo, che invitò lo stesso Bonifacio a presentare il suo prodotto ad alcuni specialisti di Salerno, era il 1954, anno della prima cocente delusione. Il direttore della Scuola di Ostetricia di Salerno, dopo esperienze positive su cavie prima e su pazienti poi, cercando di trarne il massimo vantaggio, chiese a Bonifacio la formula del siero, pena la comunicazione di dati negativi al Ministero della Sanità! Bonifacio, avvertito in tempo delle intenzioni poco oneste di detto professore, rifiutò di dare la formula.
Ormai si era però innescato un meccanismo a macchia d'olio, per cui la notizia degli esperimenti portati a termine alla Scuola di Ostetricia di Salerno, aveva varcato i confini della città, della provincia, della regione. Bonifacio era ormai noto alla stragrande maggioranza degli italiani. Cominciarono i primi lunghi pellegrinaggi ad Agropoli, alla ricerca del siero della speranza, la gente faceva ore di fila, le distribuzioni dell'anticancro si susseguivano a ritmo incessante, frenetico, le richieste divennero migliaia, i medici attestavano i miglioramenti su pazienti ormai votati a sicura morte.
Nonostante tutto questo, si era così giunti al 1969, dei santoni della medicina ufficiale nessun segno, ma ancora più delittuoso era il silenzio di coloro che avevano l'obbligo di salvaguardare la salute pubblica, ovvero ministri, sottosegretari, direttori generali, insomma i facenti parte di quel carrozzone definito Ministero della Sanità. "Niente. Non si mosse niente". Ma ecco la svolta decisiva: il giornale Epoca, nella sua rubrica Storie impossibili, cominciò ad interessarsi della vicenda, pubblicò una lunga serie di articoli, portando testimonianze dirette, documentando i buoni risultati ottenuti con il siero, aiutando Bonifacio a creare un nuovo laboratorio per la produzione, essendo divenuta la richiesta sempre più pressante e continua, non solo dall'Italia, ma anche dall'estero.
Fu così che l'allora Ministro della Sanità, Camillo Ripamonti, il 31 luglio 1969, comunicò ad Epoca, con una lettera aperta, la decisione di aprire il "caso Bonifacio", affidando l'esame preliminare sui fondamenti scientifici del metodo di cura al Prof. Valdoni, per poi eventualmente sperimentare il preparato negli Istituti Nazionali per il Cancro di Milano, Napoli e Roma, nonché presso l'Istituto di Oncologia dell'Ospedale Maggiore S. Giovanni Battista di Torino.
L'11 agosto 1969, Bonifacio si incontrò con il prof. Valdoni, il quale, dopo un colloquio di quattro ore, stabilì di fare l'esperimento nei suddetti quattro centri, per la durata di sei mesi e su cento pazienti complessivamente.
A settembre Bonifacio consegnò il prodotto all'Istituto Superiore di Sanità, per le prove batteriologiche e di tossicità. Improvvisamente il voltafaccia: i direttori dei quattro centri tumori si riunirono e decisero di ridurre gli esperimenti ad un solo Istituto, quello di Roma, mentre il prof. Valdoni veniva totalmente estromesso dalla questione, ed il Ministro emanava il seguente decreto: "Per la vasta risonanza suscitata nella pubblica opinione dalle notizie, largamente diffuse dalla stampa d'informazione, concernenti le asserite proprietà antitumorali di un prodotto biologico di provenienza animale, preparato dal veterinario dottor Liborio Bonifacio. Visto l'esito favorevole delle indagini espletate dall'Istituto Superiore di Sanità in merito alla innocuità e sterilità del prodotto e tenendo presente l'opportunità di promuovere una approfondita sperimentazione del prodotto anche sul piano clinico, allo scopo di acquistare ogni più utile elemento di giudizio.
Il Ministro emana il seguente decreto composto di quattro articoli.
Articolo 1: è istituita una commissione con l'incarico di condurre, presso l'Istituto Regina Elena per la cura e lo studio dei tumori in Roma, uno studio clinico sperimentale su degenti opportunamente selezionati, allo scopo di vagliare gli effetti terapeutici del preparato in narrativa.
Articolo 2: La Commissione è composta come appresso: On.le Prof. Pietro Bucalossi, direttore dell'Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano, presidente; Prof. Antonio Caputo, direttore dell'Istituto Regina Elena per la cura e lo studio dei tumori di Roma, componente; Prof. Giovanni d'Errico, direttore della Fondazione Senatore Pascale, Istituto per lo studio e la cura dei tumori di Napoli, componente; Prof. Giovanni Battista Marini Bettolo Marconi, direttore generale dell'Istituto Superiore di Sanità, componente; Prof. Luigi Nuzzolillo, direttore generale dei servizi di medicina sociale presso il Ministero della Sanità, componente. Le funzioni di segreteria sono svolte dai signori: Dott. Gaetano Di Stefano, ispettore generale medico e direttore della divisione per la lotta contro i tumori, in servizio presso la direzione generale dei servizi di medicina sociale del Ministero della Sanità; Dottor Alfonso D'Abbiero; medico provinciale capo, in servizio presso la direzione generale dei servizi di medicina sociale del Ministero della Sanità.
Articolo 3: La Commissione di cui innanzi, nell'espletamento del proprio mandato, si avvarrà dei presidi strumentali esistenti presso l'Istituto Regina Elena per lo studio e la cura dei tumori di Roma, nonché del personale medico e tecnico ivi in servizio, integrato, eventualmente, da quello in servizio presso gli Istituti di Milano e di Napoli.
Articolo 4: Entro il termine tassativo di mesi sei, la Commissione assegnerà al Ministro della Sanità una dettagliata relazione, concernente le modalità seguite nella sperimentazione ed i risultati conseguiti. Il Ministro della Sanità trasmetterà poi detta relazione al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità che, prima di riferirgli in merito, è invitato a sentire il parere del predetto consesso."
così, tra le proteste generali, ebbe inizio quella che fu da tutti definita la "sperimentazione burla" del siero. Infatti, il 29 maggio 1970, dopo appena 16 giorni di sperimentazioni cliniche e su soli otto pazienti, la Commissione Bucalossi assegnava al Ministro il vile verdetto: "L'anticancro Bonifacio è dichiarato inefficace. Non cura i tumori e non ha alcuna azione sulla loro sintomatologia".
Perché tanta fretta a chiudere la sperimentazione dopo appena 16 giorni e non dopo i sei mesi previsti dal decreto ministeriale? Perché su soli otto pazienti e tutti in fase preagonica?
Bonifacio si pose tutti questi interrogativi e con lui migliaia di persone.
Forse perché i componenti della Commissione Bucalossi temevano di vedere sempre più svuotati i loro mega-Istituti? Forse perché le case farmaceutiche temevano di non vendere molte delle loro specialità medicinali inutili e dannose? Forse perché proprio in quel periodo cominciava a nascere quella holding dei chemioterapici antiblastici che coinvolgeva le multinazionali farmaceutiche e i direttori dei centri tumori? Forse perché altre nazioni cominciavano ad interessarsi del problema? Bisognava assolutamente chiudere il caso Bonifacio, presto e definitivamente.
Lo stesso Bonifacio, sdegnato, si ritirò ad Agropoli, cercando di dimenticare tutta la vicenda, che gli aveva solo procurato un'infinità di amarezze e delusioni.
Il problema scientifico della validità del prodotto era, quindi, rimasto insoluto.
E' nel 1979, ormai a 29 anni dall'intuizione di Bonifacio, che venimmo coinvolti nell'annosa vicenda, apparentemente in modo banale; uno di noi aveva letto di Bonifacio La mia lotta contro il cancro del 1970, ma in realtà i motivi che ci spinsero ad intraprendere questa avventura scientifica erano ben altri; eravamo stanchi di osservare, impotenti, pazienti affetti da malattia neoplastica, dibattersi tra atroci sofferenze, potendo solo intervenire con le terapie ufficiali, che ci concedevano risultati minimi e temporanei. Georges Mathè, il più noto cancerologo francese, nel suo libro inchiesta sul cancro, così si esprimeva: "Non è impossibile che attualmente, con questa moda delle chemioterapie totali, questo metodo terapeutico uccida più malati di quanti non ne guarisca". Eravamo alla ricerca di qualcosa di alternativo, diverso, che potesse almeno farci schiudere nuovi orizzonti. Ottenuto il siero dallo stesso Bonifacio, costituimmo una vera e propria équipe, composta da due medici e due biologhe, coadiuvati da personale tecnico specializzato. Cominciammo a preparare un programma di lavoro finalizzato, che ci avrebbe permesso di studiare il prodotto sugli animali prima e sull'uomo poi, il tutto integrato da una serie di ricerche chimiche, biochimiche e microbiologiche.
I risultati ottenuti sugli animali, in uno studio preliminare, furono entusiasmanti e qui di seguito vi proponiamo alcuni passi del lavoro scientifico sperimentale, da noi presentato al convegno medico di Saturnia nel novembre 1980, sul tema L'anticancro Bonifacio: riesame 1980.

Istituto di Oncologia dell'Università di Messina.
Abbiamo studiato l'azione biologica del siero del dott. Bonifacio su animali da esperimento, poiché qualunque sostanza farmacologica, prima di essere applicata all'uomo, viene di prassi provata su animali da laboratorio che presentino dei caratteri non variabili nel tempo e con il susseguirsi delle generazioni. Nel caso specifico, abbiamo usato dei topi imbreed del ceppo Balb/c+; come è noto, tale ceppo è caratterizzato dal fatto di presentare una elevata insorgenza di tumori spontanei della mammella. Siamo quindi dinanzi ad un tipo di sperimentazione che già di per se stessa si presenta difficoltosa, ma nel contempo molto significativa, difficoltosa poiché questi topolini, essendo soggetti ad una elevata incidenza di carcinomi spontanei, presentano senza alcun dubbio, a livello genetico, una alterazione di caratteri che diviene sempre più selettiva con il passare delle generazioni: è come se l'insorgenza e la trasmissione ereditaria del tumore, con il passare delle generazioni, divenisse carattere dominante. Questo è già un punto a nostro svantaggio, poiché l'azione di qualunque farmaco, o sostanza, potrebbe essere annullata da un siffatto sistema genetico. Inoltre, i carcinomi che insorgono spontaneamente, così come quelli da trapianto, hanno una velocità di accrescimento notevole, portando a morte i topolini in media dopo circa 50 giorni dall'insorgenza e raggiungendo dimensioni che per l'uomo sarebbero assurde.
Passiamo ora ad elencare i punti su cui abbiamo accentrato la nostra attenzione.
1) Azione preventiva del siero Bonifacio sull'attecchimento del carcinoma da trapianto.
2) Stadio in cui la neoplasia risente maggiormente di tale terapia e prolungamento dell'arco di sopravvivenza dei topi trattati.
Per quanto concerne il primo punto, cioè se il siero esplica un'azione preventiva sull'attecchimento del tumore, abbiamo preso in esame 60 topolini di entrambi i sessi tra il 18° ed il 24° giorno di età e li abbiamo pretrattati con il prodotto; quindi si è proceduto al trapianto della neoplasia.
Si è così visto che nel 20% dei casi il tumore non compare affatto; nel 12% compare dopo 30 giorni; nel 68% compare dopo 155 giorni, s'intende dal momento del trapianto. Questi dati sono di importantissimo valore, poiché nel ceppo Balb/c+, la neoplasia da trapianto attecchisce nel 100% dei casi e si manifesta sempre e non oltre il 7°-10° giorno.
I risultati sopra citati, a nostro avviso, inducono a continuare tale linea di ricerca, poiché il profilarsi di una azione preventiva del siero Bonifacio sul cancro, ha già delle ottime premesse per potere essere ulteriormente sviluppata.
Consideriamo ora il secondo punto: alcuni gruppi di topi sono stati trattati con il prodotto Bonifacio a partire da vari stadi di sviluppo della neoplasia, applicando il trattamento a cicli e la via di somministrazione intramuscolare.
A 40 topolini si è inoculato il prodotto non appena la neoformazione aveva raggiunto le dimensioni di 0,5 mm. In questo caso si è verificata la scomparsa totale della massa nel 78% dei casi. Tale scomparsa inizia a manifestarsi dopo appena 4 giorni dal momento del trattamento, la massa stessa è ridotta a metà dopo 6 giorni e scompare del tutto in 8° giornata. A questo punto si è sospesa la somministrazione ciclica del prodotto e si sono soltanto inoculate dosi di mantenimento, con periodi di intervallo tra l'una e l'altra sempre più distanziati nel tempo. In questi topi, sino ad oggi, non è assolutamente ricomparso alcun segno della neoplasia. Nel restante 22% dei casi la neoplasia si accresce, ma molto più lentamente che nei controlli.
Questi risultati sono da considerarsi eccezionali poiché, se si considera quanto già detto nella premessa, ovvero la velocità di crescita di tale tipo di neoplasia ed il ceppo di topi su cui essa si sviluppa, ci si può ben rendere conto di quale valore sia l'ottenere un 78% di remissioni totali della massa, senza ulteriore ricomparsa nel tempo di alcun segno di malignità. Ad altri 40 topolini si è somministrato il prodotto non appena il tumore aveva raggiunto le dimensioni di 1 mm. In tal caso non si è verificata alcuna regressione totale della massa, comunque anche in questo caso l'accrescimento è molto più lento rispetto ai controlli.
Altri 40 topolini sono stati trattati non appena la neoplasia aveva raggiunto le dimensioni di 4 mm. In tal caso essa si sviluppa in tempi più lunghi rispetto ai controlli, pur essendo l'aumento della massa maggiore nel rapporto mm/giorni, facendo raffronto con i topolini trattati a partire da dimensioni minori.
Altri 40 topolini sono stati infine trattati a partire da una massa tumorale di 9 mm; anche in questo gruppo la neoplasia si accresce in tempi più lunghi rispetto ai controlli. Dalle esperienze sopra descritte, è evidente che il siero Bonifacio esplica un'attività antitumorale, che diviene notevole se la terapia è applicata ai topolini portatori di neoplasie non ancora allo stadio terminale, determinando un'alta incidenza di remissioni totali della massa tumorale (78%), che tra l'altro è irreversibile nel tempo. E' ovvio che la scomparsa totale del tumore diviene improbabile quando la massa è giunta a dimensioni notevoli.
A completamento della nostra linea di ricerca, abbiamo trattato con il prodotto alcuni topolini in cui si era verificata l'insorgenza spontanea di un cancro della mammella. Come è risaputo, in questo ceppo si osserva la comparsa, quasi contemporanea alla massa principale, di metastasi alle mammelle omolaterali e controlaterali. Quindi siamo partiti da condizioni ancora più svantaggiate rispetto ai topi trapiantati. In questi animali si è assistito ad un vero e proprio fenomeno di svuotamento del carcinoma promotore, con fuoriuscita di cellule neoplastiche in necrosi e diminuzione consistente del volume delle metastasi presenti, tutto ciò non è stato mai osservato nei topi di controllo.
Concludendo, i risultati positivi da noi ottenuti con il siero Bonifacio possono essere così riassunti:
1) Scomparsa totale di masse neoplastiche pari a 0,5 mm.
2) Rallentamento notevole della velocità di accrescimento delle cellule neoplastiche, a partire da qualunque stadio della neoplasia.
3) Prolungamento dell'arco di sopravvivenza dei topi, siano essi portatori di tumori spontanei o da trapianto.
4) Attività preventiva del siero Bonifacio sull'attecchimento delle neoplasie.

Concludemmo la nostra relazione tra gli applausi dei partecipanti al convegno: era la prima volta, dopo 30 anni, che qualcuno comunicava dei risultati scientificamente validi sul siero Bonifacio ed inoltre quel qualcuno faceva parte di una équipe di lavoro operante in una struttura universitaria, per di più oncologica.
Praticamente era stato smentito, con dati alla mano, l'operato della Commissione Bucalossi, che nel 1970 aveva definito il siero innocuo ma inefficace.
Avevamo così riaperto un doloroso capitolo della storia della medicina italiana e questa volta senza preconcetti, senza raggiri, senza promesse mai mantenute.
Non era più un misero e solo veterinario di provincia a combattere contro i colossi della medicina, questa volta al suo fianco c'erano, dati alla mano, dei ricercatori facenti parte di quella stessa scienza ufficiale che lo aveva sempre osteggiato e boicottato.
Gli eravamo vicini, non solo per affetto o ammirazione, ma perché consci di quel che affermavamo: i risultati biologici parlavano chiaro, il prodotto Bonifacio meritava più accorti e approfonditi studi. Cosa succederà da quel famoso novembre 1980, avrà del rocambolesco e del drammatico insieme, ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal cammino intrapreso per il bene della scienza e forse anche dell'umanità sofferente.
Ma torniamo agli avvenimenti: dal 23 novembre 1980 la stampa ricominciò ad interessarsi del siero, i risultati comunicati a Saturnia vennero diffusi da tutti i quotidiani italiani e da molti settimanali. Il caso Bonifacio era riaperto, questa volta non si poteva più imbrogliare o tacere; l'opinione pubblica italiana, sicuramente più smaliziata che nel '70, voleva la verità e questo faceva sicuramente paura a chi tentò allora di chiudere la partita.
Anche altri studiosi cominciarono ad interessarsi del problema, ed altri risultati scientifici si aggiunsero ai nostri: l'Istituto di Microbiologia medica dell'Università di Bari, lo stesso CNR di Milano, attraverso un'équipe di ricercatori, a parte poi le certificazioni mediche provenienti da singoli colleghi o da strutture ospedaliere, che attestavano miglioramenti indiscussi, sia della sintomatologia che delle masse tumorali, sia primarie che metastatiche.
La stampa, dal canto suo, iniziò un martellante tambureggiamento, allo scopo di sollecitare i gestori dell'oncologia italiana e lo stesso Ministero della Sanità, nella persona dell'allora Ministro Renato Altissimo, a prendere visione dei risultati dei nuovi studi.
Dopo un iniziale silenzio, durato quattro mesi, la paura iniziò a serpeggiare tra coloro che avevano sperato che il tutto finisse in una bolla di sapone e cominciarono così le prime assurde e vili risposte.
La scienza ufficiale cercava di difendersi, contrattaccando. In una intervista rilasciata al mensile Salve nell'aprile '81, tre illustri scienziati si consentirono affermazioni gratuite, che purtroppo qualificavano, anzi, meglio, squalificavano la scienza italiana.
Prof. Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano: "Su questo siero non ho finora trovato pubblicazioni. Se lei ne ha, me le procuri! Perché i gruppi che fanno queste cose non sono in genere qualificati per fare questo tipo di ricerca. Non è gente nota per aver fatto ricerche in campo antitumorale, a livello di studi clinici controllati. Mi pare che non esistano ragioni per un revival di questo prodotto."
Dott. Silvio Monfardini, dell'Istituto dei tumori di Milano, segretario dell'associazione italiana di oncologia medica: "Esistono alcune caratteristiche comuni agli scopritori e propagandisti di tutti questi metodi: persone che tendono ad essere isolate dalla comunità scientifica ufficiale, non usano i canali di comunicazione tradizionale dei ricercatori, sono affette in genere da complessi di persecuzione, per cui la scienza sarebbe contro di loro e li ostacolerebbe in tutti i modi. Il pericolo, direi, di metodi del tipo in questione, è che pazienti, i quali potrebbero giovarsi di terapie tradizionali di sicura efficacia, come la chirurgia, la radioterapia, la chemioterapia antitumorale, vadano in mano a chi li sottopone a pratiche di nessuna efficacia. Con danno per il paziente, con perdita di tempo, di soldi, e di serie opportunità di guarire".
Dott. Alberto Scanni, del Centro di chemioterapia antiblastica presso l'ospedale Fatebenefratelli di Milano: "Non si sa che cosa sia. E secondo me rientra in quella sfera di sostanze e gesti magico-misteriosi. No, scusi, come potrei accettarlo? Intanto l'ho già detto, non si può sperimentare direttamente sull'uomo, è immorale. Ma neanche per sogno. Io non ci credo, a questo siero".
Il fiore all'occhiello, in ultimo, lo pose un anno dopo, nell'aprile '82, il Prof. Alfredo Leonardi, con il suo articolo pubblicato sul notiziario della Associazione italiana per la ricerca sul cancro: "La nostra posizione non può essere che negativa, per alcune semplici ragioni. Anzitutto la legge prescrive che ogni nuovo farmaco debba essere studiato dal punto di vista farmacologico e tossicologico prima di essere utilizzato nell'uomo. E' certo che il cancro è accompagnato da molta emotività, ma è indispensabile continuare a pensare in termini razionali se si vuole evitare di ritornare alla stregoneria".
Cosa si poteva rispondere a tanta ottusità, a tanti preconcetti voluti, creati? Volevano lavori scientifici già pubblicati, ovvio, erano loro stessi a gestire le riviste scientifiche, quindi non avrebbero avuto alcuna difficoltà a bocciarli; erano loro stessi che gestivano e gestiscono i congressi, nazionali e non, quindi anche in questo caso avrebbero potuto giudicare i lavori non graditi.
Non eravamo gente nota! Non ci pensavano due volte a smentire anche autorevoli colleghi che si erano interessati al prodotto: "Il fine giustifica i mezzi". Bonifacio non aveva mai sofferto di complessi di persecuzione ed aveva sempre distribuito il prodotto gratuitamente, quindi di quale speculazione, caro Monfardini? Dalla sua intervista traspariva chiaramente la paura di perdere la clientela, di vedere svuotati gli Istituti del cancro. Noi cominciavamo a trattare i casi solo quando "Loro" li avevano ampiamente massacrati con le loro terapie antiblastiche o con le alte energie, quei pazienti che avevano già ricevuto il benservito nei loro mega-istituti. E poi, non è sufficiente, dott. Scanni, affermare che è immorale provarlo sull'uomo, la Commissione Bucalossi lo aveva già fatto nel 1970, commissione composta da illustri oncologi, ed inoltre quanti antiblastici, vere bombe biologiche, vengono a tutt'oggi usate nella terapia contro il cancro, pur conoscendone i nefasti effetti secondari sull'uomo?
Non è sufficiente affermare "Io non ci credo a questo siero". Lei così ricade nello stesso errore di cui accusa Bonifacio e noi. Il suo parere non ha nessuna importanza espresso in questo senso, lei prima lo esperimenti onestamente e scientificamente e poi semmai può esprimere un giudizio in tal senso.
Chi lavorava al siero Bonifacio non si fermò lo stesso: cominciammo a parlare di azione immunomodulante, che si esplicava sia sull'immunità cellulare che su quella umorale; di azione di blocco della trascrizione su nuclei isolati o su cellule isolate. L'opinione pubblica venne ancora sollecitata dal lavoro di scienziati, di équipe organizzate, di medici generici, di specialisti, che coralmente affermavano la validità di questo prodotto.
L'acme si raggiunse quando Il Giornale d'Italia pubblicò un'intervista fatta ad Hans Ruesch, giornalista specializzato nella pubblicazione di drammatici libri e reportage sulla speculazione farmacologica a danno della salute umana, di cui riportiamo qualche passo: "Pare che una di quelle Associazioni per le cosiddette ricerche sul cancro, che spuntano come funghi in Italia e in tutto il mondo, si sia proposta addirittura di raccogliere cinque miliardi nell'arco di un anno. Altro che pozzi di petrolio. Insomma, si tratta di una truffa bella e buona, a livello internazionale, complici gli organi del potere, attraverso le varie autorità sanitarie di cui possono far parte unicamente i membri ubbidienti del sindacato chimico-medico, il quale, essendo il più redditizio, in tutti i paesi industrializzati, detta legge, a scapito del contribuente e della salute pubblica".
Continuando, a proposito delle terapie ufficiali anticancro: "Difatti il più delle volte l'ammalato non fa in tempo a morire di cancro, perché viene ucciso molto prima dalla terapia inflittagli da una metodologia nefasta, ma altamente redditizia per chi l'ha imposta. Al riguardo ricordo che nel luglio del 1980, in occasione delle esequie dell'ex Scià dell'Iran, Reza Pahlevi, il massimo chirurgo statunitense, dott. Michael De Bakey, dichiarò testualmente alla televisione: "E' la chemioterapia intensa per arginare il suo cancro, che ha indebolito la sua resistenza all'infezione ed è l'infezione non il cancro, che ha ucciso lo Scià". La conferma viene, tra l'altro, da una vasta indagine condotta negli Stati Uniti, in un arco di 23 anni, dal dott. Hardin B. Jones, fisiologo dell'Università di California, e conclusasi nel 1975, con la quale si è stabilito che per gli ammalati di cancro che si sono rifiutati di sottoporsi a qualsiasi terapia tradizionale, la sopravvivenza media è stata di 12 anni e mezzo, mentre quelli che si sono sottoposti alla terapia tradizionale - operazione, chemioterapia e irradiazione - sono morti in media entro 3 anni".
Cominciarono così una serie di interrogazioni parlamentari, nelle quali vari deputati di tutti i partiti politici, chiedevano lumi e chiarezza al Ministro Altissimo il quale, fino a quel momento, aveva tenuto un atteggiamento di attesa, o forse meglio un "no comment", onde evitare di crearsi delle inimicizie tra i suoi collaboratori, cioè i big dell'Oncologia, ed i sostenitori di Bonifacio. Ma ormai i tempi erano caldi, caldi a tal punto che l'onorevole Ministro per rinfrescarsi si sarebbe dovuto rifugiare in Alaska.
Migliaia erano ormai i certificati medici, inviati ad autorità e giornali, attestanti i miglioramenti ottenuti con la cura Bonifacio, migliaia le lettere aperte ai direttori di molti quotidiani, ma il colpo di scena si ebbe quando un magistrato della nona sezione della pretura di Roma, il dott. Elio Cappelli, ordinò ad Altissimo un rapporto urgente su tutta la questione; a questo punto il Ministro della Sanità ordina una nuova e più approfondita verifica del siero Bonifacio.

CONTINUA

INDICE

Copertina Prefazione Introduzione La ricerca ufficiale Dove finiscono le vostre offerte Medicina, soldi e potere Le statistiche truccate Prima conclusione La ricerca ostacolata: scoperte e persecuzioni Il caso Alessiani Il caso Görgün Il caso "Albert" Il caso Di Bella Il caso Zora Il caso Bonifacio Il caso Essiac Il caso Hamer Il caso Pantellini Il caso Breuss - Il naturismo - L'aloe Il caso Proper-Myl Il caso Vincent Conclusioni finali Appendice e Nota alla 1° edizione


Non si intende far utilizzare le nozioni contenute in queste pagine per scopi diagnostici o prescrittivi.
Per qualsiasi trattamento o diagnosi di malattia, rivolgetevi ad un medico competente
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