IL CASO DI BELLA


Uno dei casi che ha finora raccolto più consensi nei mezzi di comunicazione, è quello del Professor Luigi Di Bella. Laureato in medicina a Bari nel 1936 ed abilitato alla professione nello stesso anno a Parma, Di Bella divenne, nel corso di un'intensa carriera universitaria, docente di Fisiologia Umana e poi di Chimica Biologica nel 1948 all'Università di Modena, dove ha lavorato incessantemente fino alla pensione. Attualmente continua l'attività scientifica nel suo laboratorio modenese. Ha pubblicato circa duecento lavori, che sono stati presentati ad innumerevoli congressi scientifici internazionali (Raccolta di pubblicazioni scientifiche del Professor Di Bella edito da Artestampa, per richiesta dell'Associazione Nazionale Famiglie contro il Cancro, giugno 1996).
Il professor Di Bella, è divenuto famoso per aver studiato la melatonina, un ormone che, addizionato ad altre sostanze, è in grado di aggredire e debellare molte forme tumorali e di intervenire positivamente anche su persone già debilitate dalle terapie tradizionali, come la chemio e la radioterapia. Ebbene, quest'uomo, che non solo lavora gratuitamente per alleviare il dolore di chi soffre, ma non ha mai ricevuto gli onori della comunità scientifica che gli sarebbero dovuti, ha subito una serie di persecuzioni; l'ultima di questo lungo calvario, fatto di danni fisici, morali e materiali, è stato un proditorio colpo infertogli alla testa mentre da solo, in bicicletta come sempre, si stava recando al proprio studio. Ricoverato all'Ospedale, oggi il professor Di Bella è guarito, ma ha riportato un danno permanente all'apparato uditivo e vive praticamente blindato nel suo studio laboratorio, dove per altro continua a ricevere i malati su appuntamento. Le amare vicissitudini della sua vita, le narra, anche se solo in parte, lui stesso, in questa intervista rilasciata in esclusiva.

Intervista al Professor Di Bella - Settembre 1996

Mondini: Ho letto qualcosa sulla sua terapia, non sono un tecnico, ma mi è abbastanza chiaro di che cosa si tratta. Quello che vorrei sapere da lei, è l'insieme di tutti gli ostacoli, le persecuzioni e tutto quello che è stato fatto per impedirle di praticare la sua terapia e di diffonderla.
L. Di Bella: La risposta è un po' difficile, per questo motivo: perché non c'è un piano predisposto, c'è uno stato di cose che si oppone e che è appoggiato ad interessi di casta e di economia, direi anche di emulazione.
L'interesse di casta: un oncologo, un ematologo, che vede una persona che non si è mai interessata della sua disciplina, e che vi è qualcosa di diverso da quello che lui è solito praticare da decenni, evidentemente suscita reazioni di molteplice natura, in rapporto un po' al carattere, un po' all'educazione avuta, alla cultura della persona, alla sua elasticità mentale. Questa è una delle cause.
L'altra è economica, perché a mio modo di vedere, molte di queste affezioni potrebbero essere benissimo attenuate, se non addirittura guarite, con mezzi molto semplici. Con un alleggerimento di tutta quanta la spesa pubblica, però con una diminuzione del personale e quindi un aumento dei disoccupati relativi. Quindi gli interessi personali: o immediatamente, vedi sindacati, o attraverso influenze, ovvero piccole riunioni, piccole camarille segrete, vengono più o meno messe in evidenza; quindi si manifestano o si esaltano di volta in volta, in rapporto a varie contingenze.
L'ultima è quella economica, relativa a chi produce i medicinali, a chi è legato all'industria farmaceutica. Oggi siamo molto meno disposti a soffrire di quanto lo fossimo una volta, per cui al minimo screzio, dalla più piccola nevrite, al callo, che prima veniva pazientemente tollerato, oggi non lo è più. Quindi entra di diritto in tutte le case un farmaco, prescritto o no, abitudinario o no, per attenuare il preteso male. A tutto questo si aggiunga poi l'accanimento terapeutico da parte, non solo del medico, ma anche di tutto il personale paramedico, il quale, nonostante non stili una ricetta a termini di legge, un consiglio lo dà, al quale segue sempre l'acquisto e quindi anche l'assunzione del farmaco. Guarire una persona, ovvero convincere una persona che non è il trattamento medico farmacologico quello che potrà mettere fine a tutti i suoi disturbi, è un po' difficile. Quindi l'individuo si appoggia a tutte le attrezzature sanitarie. L'esempio più tipico è quello di costringere ad attuare un accanimento diagnostico, anche se nel subcosciente c'è forse sottintesa l'inutilità dell'indagine stessa. Se io so che ho una certa malattia, e lo so fin da prima, e voglio continuare ad indagare e ad approfondire il più possibile le indagini, lo faccio, anche perché ho nel subcosciente l'impressione che quelle nuove indagini possano essere di una certa utilità alla mia salute. Non si riesce a capire o a discriminare quello che è conoscenza, da quello che è rimedio del male che uno ha.
Mondini: Mi può raccontare gli episodi in cui, in qualche maniera, lei è stato colpito, danneggiato da questa cosa?
L. Di Bella: Quando furono noti i risultati delle prime ricerche, nel 1970-1973, allora ci fu, è inutile dirlo, una grande sorpresa, perché malattie come leucemie o simili non si pensava avrebbero potuto avere una guarigione, o un esito favorevole. La prognosi era automaticamente infausta, nel momento stesso in cui si formulava la diagnosi, era questione di tempo.
Avere fatto più o meno incautamente da parte mia o, meglio ancora, da parte dei giornalisti che hanno ricevuto le mie incaute affermazioni, per cui si poteva fare qualcosa per questo tipo di malattie, ha suscitato reazioni imponenti; le quali reazioni si sono poi riverberate su di me, in quanto io sono un componente della struttura universitaria e quindi da parte di tutte quante le oligarchie universitarie... Le conseguenze le ha viste, perché, come sa, tanto più elevata è la cultura delle organizzazioni nello stato dell'educazione, tanto più fini sono le persecuzioni che si attuano. Fini perché si fanno come e peggio di tutte le altre volte, senza però manifestarle, con sufficiente copertura. Questo l'ho sperimentato in questo senso: non mi è stato detto, ma mi è stato fatto capire; una delle manifestazioni chiare fu quando si dovevano rinnovare gli incarichi. Io avevo anche un incarico di fisiologia umana, che era conferito annualmente dalla facoltà. La facoltà, nella riunione estiva, mi negò l'incarico che io ottenevo già da anni, con otto voti favorevoli all'eliminazione dell'incarico e otto voti contrari. Il rettore di allora, che era un legale, al quale io mi rivolsi, mi fece capire che la cosa era molto regolare, sotto il profilo legale, come a dire che io non avevo nulla da fare, dovevo accettare supinamente i desideri della facoltà. Io l'avrei accettato, anche perché non è che ci tenessi particolarmente a quell'incarico, se non fossi stato sollecitato, in altra via, a ricorrere. Ho ricorso tramite un legale, che era un universitario, che ricordava con una certa gratitudine l'opera che io avevo prestato per suo padre. Infatti mi ha difeso molto elegantemente, con il risultato che la facoltà ha dovuto ritornare sui suoi passi e ha dovuto conferirmi l'incarico, questa volta all'unanimità.
Io ho potuto parlare con il preside della facoltà, che allora era Mauri, ordinario di clinica medica, il quale era particolarmente leso, perché era un ematologo e quindi era colpito nella disciplina nella quale, senza volerlo, mi ero addentrato. Non mi è stato detto chiaro che dovevo tacere, ma mi è stato fatto capire che la prima stangata l'avevo avuta; se ne potevano avere delle altre, anche più gravi. A buon intenditore... In campo universitario è una regola ancor più accentuata che altrove.
Mondini: Allora, visto che lei ha tenuto duro, ne sono arrivate delle altre.
L. Di Bella: Io ho fatto niente altro che questo: le mie comunicazioni scientifiche le ho potute fare solo verbalmente o con dei poster; quindi suscitare soltanto qualche piccola reazione locale a parole o il piccolo riassunto che si manda ai congressi, che pochi o nessuno legge, e che si fanno nel volume e che servono ad altre attività e non a quelle scientifiche (le gite, le camarille, la progettazione dell'esito del prossimo concorso, quello che si fa nei congressi insomma). Per questo io ho taciuto ed ho iniziato ad occuparmi, apparentemente, di argomenti che non erano più pertinenti a quelli che io, senza volere, avevo suscitato; per esempio ho dovuto interessarmi del problema della fame, della sete, dell'introduzione degli alimenti, tanto che sono divenuto socio della Ingestion Behaviour, della Food and Fluid Intake ed ho pubblicato anche su qualche giornale di prestigio americano alcuni lavori che hanno ottenuto una certa risonanza.
Apparentemente ho dovuto cambiare un pochino strada, ma d'altra parte quello che emergeva dalle prime ricerche che avevo fatto, la melatonina, l'ho trattata più sotto l'aspetto clinico fisiologico, che non quello clinico terapeutico. Mi sono adattato, ho fatto finta di adattarmi a questo cambiamento, per non suscitare reazioni. Sono stato limitato. Questo naturalmente in campo universitario. Ora che sono fuori, questo non può più essere fatto come una volta e allora la persecuzione si manifesta in altre maniere. La maldicenza, per esempio. Su questa io non posso farci nulla, a me viene riferito e ne traggo le conseguenze in questo senso, cioè che presso qualche clinica o qualche ospedale so che è preferibile che io stia lontano. Questo perché io sono il più debole e ne posso ricavare solo delle persecuzioni e niente altro. Salvo però che queste stesse persone, che sono dei campioni di maldicenza, si approprino più o meno avidamente delle ricerche che io sono solito fare e delle quali non ho mai tenuto segreti, copiandole ed attribuendosi poi i meriti di ciò che ho fatto io. Ad esempio, la somministrazione metodica della adenocorticotropormone, quella l'ho cominciata io.
L'introduzione in terapia della somatostatina l'ho iniziata io; la melatonina l'ho introdotta io nella terapia. Naturalmente tutto quello che era diritto di priorità è stata nascosto, ma sono stati citati solo gli ultimi risultati, avvalendosi di quei risultati e di quelle proposte che avevo fatto una volta, per affossarmi scientificamente. Questo è tutto. La dimostrazione è inutile dirla a lei. La verità si impone in quanto è sostenuta da una forza adeguata. Non conta aver detto la verità, avere una ragione, se non c'è la forza per sostenerla. L'ho capito alla mia età. Essendo stato sempre solo, avendo rifuggito tutte le camarille, perché mi fanno un certo schifo, veramente.
Mondini: Ho sentito che lei è stato avvelenato un paio di volte.
L. Di Bella: La cosa è un po' pesante e mi guardo bene, perché potrebbe avere dei riflessi anche penali e io non voglio avere a che fare con la giustizia, perché non ci credo. Tutto quello che leggo sui giornali, mi fa capire che c'è qualcosa che non va, perché se uno non ha un'adeguata forza, è inutile che aspiri al riconoscimento di un suo diritto. La cosa che mi ha fatto più impressione è stato quando una mattina mi sono visto in ospedale, sarà successo cinque o sei mesi fa. Io stavo venendo qui in bicicletta, ad un bel momento mi sono trovato in ospedale. Non mi era mai capitato in vita mia di perdere la coscienza e mi sono trovato con tre punti sulla tempia destra ed un cerotto sopra. Ho visto mio figlio e mia nuora, ho chiesto loro cosa fosse successo, mi è stato spiegato tutto e mi sono orientato, ma della mia bicicletta non ho più saputo nulla.
Mondini: Cos'era successo?
L. Di Bella: Non lo so. So solo che dopo essere stato raccolto in un luogo in cui non mi sognavo nemmeno di andare, perché era all'opposto del tragitto che ero solito percorrere. In ospedale, chi mi ha raccolto non lo so; non so nulla. La cosa mi ha fatto impressione. Ho avuto anche un problema all'udito ed ho ancora qualche sintomatologia neurologica, nel senso che qualche fibra nervosa è stata lesa; si vive lo stesso, ma una diminuzione della capacità uditiva mi è rimasta. Arrivati a questo punto, mi sono chiesto che cosa fosse successo. Ho saputo qualcosa da mio figlio, ma io non conosco nessun nome, non so niente.
Un'altra circostanza è stata questa, cioè che tre giorni dopo, intanto che io mi trovavo qui, verso le 23, sento scampanellare. Naturalmente sto cauto prima di aprire e guardo lo spioncino; c'era una macchina con due-tre persone che giravano attorno, continuavano a suonare, mentre io guardavo tutto, osservavo tutto, senza farmi vedere. Hanno continuato, in maniera sempre più insistente. Quando ho visto che erano sotto da più di un'ora, era quasi mezzanotte, mi sono convinto a chiamare i Carabinieri. Mi hanno chiesto ed ho riferito che c'era uno con una macchina che continuava a suonare e mi insospettiva. Dopo di che arriva l'auto dei Carabinieri, ma aveva appena imboccato la strada, che questi sono saliti in auto e sono andati via. Sono tutte indicazioni che possono anche non avere alcun rapporto, però mi hanno ulteriormente messo in sospetto. Il risultato è che mentre per anni io ogni sera andavo a casa ed arrivavo qui in bicicletta, ho iniziato ad avere un certo timore. così sono alcuni mesi che ogni sera mi stendo su una poltrona-letto, senza niente, pur di stare in posizione orizzontale, e sto qui, perché ho un certo timore, non della morte, cui dobbiamo arrivare tutti, ma della natura della morte.
Mondini: Cosa le ha detto suo figlio a proposito dell'incidente?
L. Di Bella: Credo che non abbia saputo gran che. Non so neanche se abbia fatto delle indagini ed io non ho cercato di sapere, perché mi fa una certa impressione quello che mi è capitato. E così, anche ora, non vado mai la sera a fare delle compere, ma sempre di giorno. Non solo, ma ho un certo timore e la sera chiudo bene, guardando attentamente fuori.
Mondini: Ci sono stati altri episodi?
L. Di Bella: Ci sono tanti episodi nella mia vita, avendo suscitato invidie, essendo sempre solo e isolato, per la mia tendenza all'autonomia, a non chiedere aiuto a nessuno. Questo lo fanno pagare. La società vuole schiavizzare. C'è poi la maldicenza e la minaccia, come un oncologo che dice, a chi gli domanda di me dice a questo paziente, che non sarà contento fino a quando non mi manda in galera. Oppure, una mattina, tornando da un congresso, trovo una cartolina con l'invito a presentarmi ad un posto di polizia che si trovava al Palazzo di Giustizia, qui a Modena. Incontro un maresciallo, che mi domanda se avevo curato questo e quell'altro. Ho capito poi di che cosa si trattava. Due giorni prima, era arrivato un individuo da Pordenone a riferirmi di un ammalato di tumore ed io gli avevo detto quello che sono solito spiegare, cioè quello che secondo me si poteva fare o meno in quel caso, guardandomi bene dal fare qualunque prescrizione, perché non avendo davanti l'ammalato e non sapendo altro, non potevo prescrivere nulla. Aveva presentato denuncia contro di me, ma doveva essere talmente stupida, che il maresciallo stesso l'ha strappata in mia presenza e mi ha detto che non procedeva.
Mondini: Episodi così ne ha avuti molti?
L. Di Bella: Ne ho avuti tanti, una persecuzione sistematica, una maldicenza continua.
Mondini: Uno stillicidio continuo.
Di Bella: Sì, da parte di coloro che si sono sentiti particolarmente lesi. Il clinico, quello che vive su questa professione, che si vede leso nei suoi interessi; e quindi il disprezzo è di ordine scientifico e di ordine pratico. L'irrisione per tutto quello che potevo fare, l'interpretazione sempre in chiave spregevole, salvo poi domandarmi o farmi chiedere in maniera insidiosa. Un professore ordinario - non faccio il nome - il quale finalmente mi telefona, dimostrando di ricordarsi ancora che esistevo e dicendomi che aveva un parente che aveva bisogno d'aiuto. Mi disse di scrivergli quello che io gli avrei consigliato e mi avrebbe mandato una persona di sua fiducia senza che io conoscessi le caratteristiche di questa persona, come il cuore, la pressione ed altro. Io ho detto soltanto che lo scrivevo perché sapevo che era nelle sue mani, quindi ci avrebbe pensato poi lui. Io scrivo soltanto i principi. Fatti di questo genere avvengono con una ripetizione continua.

CONTINUA

INDICE

Copertina Prefazione Introduzione La ricerca ufficiale Dove finiscono le vostre offerte Medicina, soldi e potere Le statistiche truccate Prima conclusione La ricerca ostacolata: scoperte e persecuzioni Il caso Alessiani Il caso Görgün Il caso "Albert" Il caso Di Bella Il caso Zora Il caso Bonifacio Il caso Essiac Il caso Hamer Il caso Pantellini Il caso Breuss - Il naturismo - L'aloe Il caso Proper-Myl Il caso Vincent Conclusioni finali Appendice e Nota alla 1° edizione


Non si intende far utilizzare le nozioni contenute in queste pagine per scopi diagnostici o prescrittivi.
Per qualsiasi trattamento o diagnosi di malattia, rivolgetevi ad un medico competente
.